Tre imprenditori agricoli foggiani sono stati arrestati perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ed in alcuni casi anche di impiego di manodopera clandestina. È l’esito dell’operazione anticaporalato ‘White Labour’, svolta dai carabinieri di Foggia coordinati nelle indagini dalla procura del capoluogo dauno.

Con i tre imprenditori è stato arrestato anche un immigrato del Gambia accusato di essere il caporale che reclutava la manodopera e che aveva una quota societaria in una delle aziende agricole poste a controllo giudiziario. Sarebbero almeno una cinquantina i braccianti agricoli che sono stati sfruttati e alcuni di loro erano anche irregolari. Le tre aziende sottoposte a controllo giudiziario si trovano alla periferia di Foggia, lungo la statale 89 garganica, e nel territorio di San Giovanni Rotondo. Tutte fanno capo alla stessa società e fatturano annualmente diversi milioni di euro.

Decine e decine i lavoratori stranieri, di diverse etnie (in prevalenza africana ed indiana), quasi tutti reclutati dai “ghetti” della provincia dauna, erano impiegati in queste aziende agricole, sottoposti a condizioni degradanti e di sfruttamento, in barba alle più basilari norme in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro. Il loro salario andava dai 3,5 ai 6 euro l’ora, con ritmi di lavoro estenuanti.
Una delle aziende agricole, quella ubicata sulla Statale 89 Foggia/Manfredonia, era stata già oggetto, l’estate scorsa, di una precedente attività investigativo-giudiziaria, conclusasi con l’arresto del titolare e del fratello. Entrambi i fratelli sono stati quindi nuovamente arrestati e condotti nel carcere di Foggia.

Nell’altra azienda agricola di San Giovanni Rotondo, strutturata in più sedi operative e capannoni aziendali, gli investigatori hanno accertato un sistema criminale ben organizzato nel quale avveniva, in maniera continuativa, il reclutamento, l’impiego e lo sfruttamento dei lavoratori in ambienti in pessimo stato igienico e senza dispositivi di protezione individuale. All’interno dell’azienda erano stati allestiti anche dei container, dove alcuni lavoratori abitavano in una condizione degradante. L’imprenditore italiano è finito ai domiciliari, mentre il caporale straniero è stato rinchiuso in carcere.