Oltre 600 fosse, nel cuore di Cerignola, che rappresentano l’ultimo esempio di una modalità di conservazione del grano tipica della Capitanata. L’esistenza di quel piano è stata documentata per la prima volta nel 1225. Da tempo si discute dell’opportunità di rendere le fosse granarie di Cerignola patrimonio dell’Unesco. L’immagine che tuttavia si presenta davanti agli occhi oggi racconta però tutt’altro. E fa arrossire dalla vergogna. E pensare che c’era chi quel piano delle fosse sognava di farlo diventare un’attrazione turistica, in grado di calamitare su Cerignola studiosi e appassionati provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero. Aspirazione legittima, vista l’importanza di quelle cavità ricavate nel terreno dove venivano conservati cereali, mandorle, fave e semi di lino, con una capacità media che si aggirava attorno ai 500 quintali. Un pezzo di storia sbiadito non dal tempo ma dall’incuria e da una precaria manutenzione: buche, erbacce e rifiuti accantonati trasformano quello che sarebbe un biglietto da visita in un ticket del degrado, che in diversi punti cade a pezzi. Una testimonianza più unica che rara della quale oggi è rimasto drammaticamente poco, se non nulla.




























